Sarebbe una figuraccia e
una sconfitta. Ma anche il sottosegretario
Castelli dice che mancano tre miliardi
MILANO —Forse è soltanto un
ballon d'essai, un palloncino lanciato in aria
per controllare da che parte soffia il vento.
Forse, per dirla con Jannacci, qualcuno ha
gridato «Aiuto, aiuto è scappato il leone Per
vedere di nascosto l'effetto che fa». Ma il
leone non c'entra. La voce che circola riguarda
l'Expo: «L'Italia potrebbe rinunciare a ospitare
l'Esposizione universale del 2015 a Milano». I
pretesti non mancano: il debito pubblico
aumenta, la crisi impone tagli dolorosi, i pochi
soldi che ci sono potrebbero essere spesi
meglio. Nessuno, per ora, osa teorizzare
apertamente questa ipotesi, ma l'indiscrezione,
partita dai palazzi romani del governo, si sta
allargando come un'onda sismica. Chi l'ha messa
in circolazione? Chi «vuol vedere di nascosto
l'effetto che fa»? Qualcuno l'attribuisce al
ministro Tremonti il quale non ha mai avuto
alcun entusiasmo per l'Expo, ma l'uomo non è di
quelli che si nascondono. Del resto anche il
sottosegretario Roberto Castelli, leghista e
perciò insospettabile (uno sfregio a Milano
sarebbe un autogol per il Carroccio), ha detto
senza mezzi termini che mancano tre miliardi e
«Appare irrealistico che vengano stanziati nella
Finanziaria». È possibile che l'Italia si
esponga a una simile figuraccia internazionale?
Nel 2002 in Francia il conservatore Raffarin
prese il posto del socialista Jospin alla guida
del governo e subito decise di rinunciare
all'Esposizione Internazionale (quella del 2015
è Universale) del 2004 a Dugny. Ma fu una
figuraccia, appunto.
Per Milano rinunciare all'Expo non sarebbe
soltanto una figuraccia internazionale.
Significherebbe affermare che non ci basteranno
sette anni per uscire dalla crisi, che le
difficoltà di oggi saranno anche quelle di
domani e di dopodomani, che ciò che fino a otto
mesi fa ci sembrava un traguardo da raggiungere
(ricordate le iniziative e i progetti messi in
campo da Milano per conquistare l'Expo?), oggi è
diventato un peso insostenibile. E poi diciamoci
una volta per tutte che l'Esposizione universale
non è il Ballo delle debuttanti, non è
un'occasione mondana per esibire argenteria e
abiti da gran sera. È invece un momento di
crescita, il «pretesto» per realizzare quelle
infrastrutture delle quali Milano e la Lombardia
non possono più fare a meno, è l'opportunità per
creare nuove relazioni internazionali e
consolidare quelle esistenti.
Tutti questi passaggi sono fondamentali
per migliorare la qualità della vita di tutti e
di ciascuno, per uscire dalla crisi ed anzi,
proprio la presenza di una crisi così drammatica
dovrebbe spingere a scelte più coraggiose e non
a una sterile chiusura in difesa. Fra le ipotesi
avanzate in questi giorni c'è quella di chiedere
ai privati ciò che lo Stato non è in grado di
fare. O almeno non è in grado di farlo per
Milano e per la Lombardia, e questo rende ancora
più sgradevole il ricordo dei recenti
stanziamenti per Catania e per Roma. I privati,
come sempre è avvenuto, faranno la loro parte. E
non perché siano dei benefattori, ma forse
perché più di altri colgono le opportunità di
business offerte dall'Expo e dal suo indotto.
Guai però se il Governo pensasse davvero alla
possibilità di una rinuncia. Sarebbe uno sfregio
che Milano e la Lombardia non potrebbero
dimenticare.