
Radioweb senza profitti, si teme la chiusura
Roma - Le
major vogliono arraffare quanto più
denaro è possibile dal "nuovo" business
del broadcasting musicale, ma gli scarsi
profitti e le loro richieste stanno
spingendo sull'orlo del baratro
piccoli e grandi player di settore,
complice una recessione economica che
certo non aiuta. Anche se major e
radioweb si accorderanno davvero, come
sembrano prossimi, per una riduzione
delle royalty sulla musica trasmessa, il
destino di
Pandora e delle altre emittenti non
è radioso.
Il settore della musica in formato
digitale è in pieno fermento
da quando la
Copyright Royalty Board statunitense
ha deciso, nel marzo dell'anno scorso,
di
aumentare progressivamente i diritti
da corrispondere per la diffusione
autorizzata dei contenuti protetti in
rete. Persino Apple, che con il suo
iTunes rappresenta l'unico vero caso di
successo del digital delivery
musicale,
ha minacciato di chiudere i battenti
- ed eliminare una fonte di ricavi
estremamente importante per talune
etichette - se gestire il business
dovesse divenire meno conveniente.
Il
problema, a questo punto, è che anche
con royalty inferiori è dura, durissima
incamerare sufficienti ricavi
per pagare le spese. "La
maggior parte degli operatori non ha
sufficiente audience per generare il
tipo di guadagni che servirebbe loro per
coprire le spese"
avverte Dave Van Dyke, presidente
della società Bridge Ratings,
specializzata nelle analisi del settore
radiofonico.
Il modello di business delle radio
online così com'è attualmente,
"assolutamente insostenibile" come dice
il founder di Pandora Tim Westergren,
prevede di pagare i diritti per
ogni singola canzone trasmessa in
streaming, ed è un pianeta
alieno in confronto a quello dei
broadcaster satellitari a cui è
richiesto "solo" di pagare il 6% dei
propri ricavi senza star lì a contare
ogni brano, e soprattutto rispetto alle
radio tradizionali via etere, a cui
viene concesso il solo diritto-dovere di
"fare pubblicità" ai contenuti musicali.
Le soluzioni adottate sino a ora per
aumentare i ricavi si sono
rivelate praticamente inutili
per l'intero settore: l'advertising
visualizzato nel browser (come quello di
Pandora) conta zero per gli utenti,
abituati a minimizzare la finestra o a
passare a una scheda di navigazione
differente una volta stabilita la
connessione, e chi ha provato a infilare
pubblicità nelle trasmissioni stesse ha
ricevuto solo lamentele.
Se non cambia completamente
l'atteggiamento dell'industria dei
contenuti, avvertono gli analisti,
a perderci saranno solo e
soltanto loro: chiusa Pandora e
le altre, avvertono da Benchmark
Capital, i 54 milioni di ascoltatori
delle webradio "continueranno ad
ascoltare musica gratis", limitandosi
"ad andare dove le major non vengono
pagate". La scelta, in quest'ultimo
caso, è
sterminata.